I biscotti del riccio
Questi biscotti, nutrienti e gradevoli, sono fatti di ingredienti semplici e genuini di origine biologica : farina di castagne, farina di grano tenero integrale, uova, zucchero e sale. La loro origine è legata ad una fiaba che ricorda tempi lontani e profumi dimenticati , nata nei giorni di novembre e che racconta di Fate e pastorelle. C’era una volta una buca sul monte dove vivevano le Fate, e che per questo si chiamava “Buca delle Fate”.Gli uomini non potevano vederle, ma ne sentivano le risate, le chiacchiere, le allegre grida delle loro figlie, i canti e i profumi dei loro cibi . Un giorno di Novembre una forte tempesta sorprese una pastorella che tornava a casa con il suo gregge e per la forte pioggia si rifugiò nella Buca delle Fate. La pastorella sapeva di trovarsi nella casa delle Fate e cercava di non far rumore per non farsi sentire ma un agnellino, rimasto lontano dalla mamma, belò per richiamare la sua attenzione.Le Fate stavano festeggiando la prima farina di castagne , il raccolto era stato abbondante quell’anno. La figlia di una Fata, la più piccola, sentito belare l’agnellino si avvicinò all’ingresso per vederlo, così la pastorella e la fatina si incontrarono. La pastorella oltre che paura, aveva fame , e i biscotti nelle mani della piccola Fata erano molto belli a vedersi e gradevolmente profumati. La Fatina , che voleva fare amicizia con la pastorella, pensò di offrirle un biscotto, ma sapendo che il cibo delle Fate non poteva essere offerto agli uomini lo nascose nel riccio di una castagna per non farlo vedere alle altre e si fece promettere che lo avrebbe mangiato tutto prima di uscire . La pastorella gradì moltissimo il biscotto e quando tornò a casa riuscì a farne uno simile …. anche grazie al pezzettino che si era tenuta in tasca.
Gli zuccherini di Vernio
Il nostro impegno alla riscoperta dei piatti tipici della nostra Valle del Bisenzio e del comprensorio pratese ci ha fatto riproporre ai nostri ospiti dei biscotti che venivano cucinati abitualmente nelle case della vallata per i giovani in occasione delle nozze , quando ancora il vestito da sposa, cucito in casa dalla mamma e dalle zie, non poteva essere visto dal promesso sposo prima della celebrazione del rito nuziale. Quando tutte le donne di casa, mamma,nonne, zie, sorelle, cugine ed amiche preparavano le varie “ portate” del pranzo e fra di loro ridevano e scherzavano in un lento e lungo preparare dei cibi in cucina. Le nozze erano una grande festa che coinvolgeva non solo la famiglia ma praticamente tutti i vicini, insomma tutto il paese, era un giorno di abbondanza di cibi, di suoni, di canti e di balli. Tutte le “pietanze” dovevano essere buone ed augurali. In particolare venivano preparati dei biscotti , chiamati Zuccherini che avevano davvero ingredienti buoni ed augurali: ottima farina bianca, di “Ungheria” si diceva ad indicarne la preziosità, uova freschissime di galline giovani, burro fresco color panna, un po’ di sale, zucchero semolato fino, lievito, raro e costoso liquore e semi di anice, il tutto impastato con tempo ed amore, poi nella madia a lievitare mentre veniva riscaldato il forno. Mani esperte facevano dell’impasto un piccolo e lungo rotolino che veniva tagliato e chiuso ad anello così, tanti anellini deposti uno accanto all’altro nella teglia e messi a cuocere in forno. Il giorno seguente veniva preparata la glassa: liquore di anice, acqua e zucchero semolato fino, nel paiolo sul fuoco vivo a bollire veloce, lo zucchero bolle e schiuma fino a che non forma una croce ed allora giù dentro il paiolo gli anellini che dolcemente e velocemente si glassano, vengono rovesciati sul marmo di cucina e velocemente divisi gli uni dagli altri, ecco pronti i biscotti. Piccoli anelli dolci, bianchi fuori con lo zucchero bianco e dolce, dentro morbidi e saporiti. Proprio come il matrimonio saldo e dolce. Agli sposi venivano preparati, con lo stesso impasto, due anelli molto grandi, quasi delle corone legate con un fiocco di raso rosso.
I biscotti di Prato
La ricetta Tradizionale La prima ricetta documentata di questo dolce vecchio di secoli è un manoscritto, conservato nell'archivio di stato di Prato, di Amadio Baldanzi ,un erudito pratese del XVII secolo. In questo documento i biscotti vengono detti alla genovese. La ricetta fu poi ripresa dal pasticciere Antonio Mattei nel XIX secolo e da allora è rimasta tale e quale, diventando così la ricetta tradizionale che distingue gli originali biscotti di Prato dalle numerose varianti moderne. Lo stesso pasticciere portò i biscotti all' esposizione universale di Parigi del 1867, vincendo una menzione speciale. L'impasto è composto esclusivamente da farina,zucchero,uova,mandorle e pinoli. Le mandorle non vengono né tostate né spellate. Non si usa nessun tipo di lievito né di grassi (burro,olio,latte). Come dessert vengono solitamente abbinati ad una bottiglia di vin santo toscano. Il nome "Biscotti di Prato" è il solo nome tradizionale. Sebbene comunemente usati per indicare i biscotti di Prato, i nomi "cantucci" e "cantuccini" in realtà indicherebbero altri prodotti: cantuccini si chiamano le varianti o imitazioni, che si discostano dalla ricetta tradizionale in alcuni punti fondamentali come l'uso di lieviti, grassi (per renderli meno secchi) e aromi; i cantucci sono propriamente grossi biscotti rustici di pasta di pane arricchita d'olio d'oliva e di semi di anice. L'equivoco sul nome potrebbe essere nato dal fatto che sull'antica insegna (tuttora presente) del Biscottificio Antonio Mattei, il principale produttore dei biscotti di Prato, c'è scritto appena sotto al nome del negozio: "Fabbricante di cantucci", che all'epoca erano uno dei maggiori prodotti del biscottificio. Successivamente, mentre i biscotti di Prato acquistavano fama, i cantucci divennero un prodotto marginale e quasi dimenticato. L'insegna nel frattempo rimase immutata, e probabilmente la gente si abituò ad associare il nome
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